Agnus Dei

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Lunedì 20 febbraio ore 20.45
Martedì 21 febbraio ore 21.00
Mercoledì 22 febbraio ore 21.15

INGRESSO CON ABBONAMENTO O BIGLIETTO € 6,50


interpreti: Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig
produzione: Francia, Polonia
genere: drammatico
durata: 115'
premi: Presentato al Sundance Film Festival

Polonia, 1945. Mathilde, un giovane medico francese della Croce Rossa, è in missione per assistere i sopravvissuti della Seconda Guerra Mondiale. Quando una suora arriva da lei in cerca di aiuto, Mathilde viene portata in un convento, dove alcune sorelle incinte, vittime della barbarie dei soldati sovietici, vengono tenute nascoste. Nell’incapacità di conciliare fede e gravidanza le suore si rivolgono a Mathilde, che diventa la loro unica speranza.

E’ questo il cinema che preferiamo e che i drogati di spettacolarità e di retorica non capiscono, un cinema magari troppo oggettivo che nel caso di Agnus Dei non dimentica però di essere teso e incalzante. Non ci si annoia mai, infatti, a seguire il cammino verso l’orrore e poi verso una rinnovata speranza della giovane protagonista laica e delle "sorelle" che si trova a soccorrere e curare, e questo perché quasi ogni scena è attraversata da una tenue battaglia, da una dialettica fra un sentimento e il suo opposto. Al corpo di Mathilde si contrappone ad esempio quello tradito o rinnegato delle suore, che nascondono la pancia sotto le vesti o si muovono furtivamente fra le celle. Ancora, alla rigida gerarchia che regola la quotidianità del convento fanno da contraltare la libertà e l’anarchia del mondo esterno, che si autodetermina con testarda prepotenza. Infine, alla castità come voto irrinunciabile risponde la natura con i suoi cicli e con le sue leggi, e con una condizione di cui Agnus Dei parla con una tenerezza e un incanto infiniti. Nessuno di questi "misteri" viene svelato fino in fondo nel film, così come nessun conflitto si risolve e nessuna ideologia si impone come la migliore. Anne Fontaine, dopotutto, celebra il dubbio, l’accettazione dell’imprevisto. C’è solo una forza che sembra avere la meglio sulle altre: la forza delle donne, vere vittime della guerra perché prede da catturare, bottino da conquistare. Per quanto diverse fra loro, le suore del convento funzionano come una sola armata, un unico poderoso blocco. Per questo la regista insiste sull’uniformità del loro aspetto fisico: su volti senza trucco che inevitabilmente si somigliano e che si confondono, sui corpi appena percettibili sotto le stoffe morbide. Certo, se a interpretare le religiose non fossero state attrici di grande talento, avremmo faticato a distinguerle. E invece ognuna acquista pian piano una sua precisa identità e una luce che si irradia dall’inizio alla fine.

Carola Proto